"Ma vuoi spiegarmi perchè?" mi domandò in bagno "Non ti ho mica detto andiamo a bere capiroska finchè non siamo così bresche da cadere nel Canal Grande!"
"Non ne ho voglia"
"Non hai mai voglia di fare niente! Vuoi una sigaretta?"
"Vuoi del pane?" gli aveva chiesto e aveva fatto un sorriso bianchissimo nel faccino abbronzato pieno di polvere. Il vento del deserto non perdona gli angeli, neanche quelli caduti e gli sferzava i capelli e la pelle, graffiandola. Graffiava anche la sua, ma Dio allora era un uomo sulla trentina, abbronzato e avvezzo al lavoro. Il deserto non gli faceva paura. "Hai digiunato quaranta giorni e quaranta notti" il ragazzino sbattè un piede nudo sulla terra dura del deserto, seccato da tanta cocciutaggine. "Se davvero sei il figlio di Dio, dì che questi sassi diventino pane. Dillo. Avanti, dillo!" "Non di solo pane vive l'uomo" gli aveva risposto con un sorriso vacuo guardando il cielo così azzurro da accecare "Ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio". "Ma che c'entra? Ma scusa," diceva il diavolo ostinato "non hai fame davvero? Non..."
" ...la vuoi proprio?"
"Nah. E' l'ultima, tienila per te" mi diedi la spinta e salii sul sifone, da lì sedetti sul muretto. Le piastrelle bianche erano fredde, ma avevo i jeans. Incrociai le gambe e appoggiai la testa al muro, su quel sedile improvvisato. Dalla finestra potevo vedere fuori: una porzione di campiello; l'erba rada che cresceva tra i lastroni di pietra; l'edera arrampicata sul muro adiacente. E la pioggia che martellava il cemento e i palazzi. Se avessi aperto la finestra adesso sarei stata investita dall'aria calda del temporale, la sua elettricità sottille, dall'odore marcescente e verde dei canali.
La pioggia la ricordavo come un pianto disperato che giungeva dal cielo. Un piangere di dolore per i sacrifici. Anche se era fiera e potente come quella che cadeva su Venezia, non riuscivo a staccarla da quel ricordo di dolore.
Avrei voluto che la mia pioggia somigliasse di più alla tempesta dei miti in cui le divinità lanciavano fulmini o a quella dei quadri dell'Ottocento romantico.
Rimaneva, invece, uno scrosciare di acqua cupa sul Calvario, sul mio cadavere ancora caldo, che nel precipitare sollevava la polvere e l'odore della folla intorno alle tre croci.
Mi faceva pensare che era meglio stare fermi e attendere, come fanno i fagiani nella campagna. Tornai a guardare all'interno della stanza. Sulla porta del bagno c'era scritto, col pennarello nero: che lo SFORZO sia con te, giovane Skywalker. Scoppiai a ridere.
Avremo potuto metterci nel corridoio a chiacchierare, ma in bagno, con un po' di prudenza, Lucy poteva fumare e sapevo che ne aveva voglia.
Si era messa di fronte a me, appoggiata al muro, i piedi uniti uno contro l'altro, mettendo in mostra le belle gambe. Aveva acceso la sigaretta e la piccola brace pulsava a seconda del suo respiro.
"C'è un sacco di gente, sai? Se non vuoi venire stasera vieni almeno sabato. Sabato non starai chiusa in casa, vero?"
Sorrisi.
"Ti ho comprato una maglietta stupenda" aggiunse subito "Fatta apposta per te. Allora, vieni?"
Il suono della campanella trillò nel corridoio e ci raggiunse nel bagno. L'intervallo era finito. Balzai giù e Lucy spense la sigaretta in fretta, sillabando un che palle.
"Allora sabato, va bene?" Si spinse in avanti. Prima che potessi rispondere qualunque cosa, premette le labbra sulle mie e scappò in classe.
"Guarda qua, Di.O". Lucy.Fer mi porge il manga. Un fumetto giapponese in un’edizione colorata che profuma di stampa fresca e di edicola. Dalle pagine, un bambino piccolo tende un braccio verso l’alto e uno verso il basso, a indicare il cielo e la terra, simultaneamente. Tiene gli occhi chiusi per non cadere nell’illusione del mondo sensibile e sboccia da un loto, che è la purezza originaria.
”Né sopra il cielo, né sotto di esso, esiste persona più preziosa di me” snocciola, in sillabe rituali.
Quello che mi fronteggia dalle vignette di un manga è una reincarnazione del Buddha. Messaggero tra la terra e il cielo, sarà in quella vita. Dice così.
Dello sfondo nero e onirico cattura la solitudine, mostruosa e compassionevole, di quella creatura perfetta a metà tra i mondi.
Il loto è disegnato con tratto infantile, quasi tenero, che non mitiga affatto la sensazione di catastrofe ineluttabile.
E’ come una trappola, quel tratto per bambini.
E’ la solitudine inenarrabile di chi nasce da un loto e di chi muore in croce.
Il diavolo mi prende la mano sotto il banco e mi sorride, stringendo gli occhi azzurri.
Lucy in passato - e intendo molto tempo fa - era stata un bambino bellissimo.
Me ne ricordo vagamente del suo profilo perfetto nel deserto roccioso, nel momento della giornata in cui il sole rendeva viola le distese di pietra. Ma è solo un ricordo sfocato.
Adesso Lucy era una ragazza da infarto. Di quelle che non stonano su un giornale di moda patinato, intendo.
Aveva diciannove anni e sedeva al banco di fianco al mio, inanellando svogliata una ciocca di capelli all'indice.
"Sei ancora viva?"
"Aha".
"Allora rispondimi. Vieni?"
"No".
"Sei noiosa. Sei una di quelle che ti fanno cadere le palle e ci saltano sopra a piedi pari, Di.O".
"Aha".
"Vaffanculo. Chiederò a qualcun altro e tu marcirai nella tua stanza schifosa fino alla morte".
Diceva sempre così e, invariabilmente, finiva poi per invitarmi tutte le sere alla Giudecca, quindi non le diedi troppo peso. Lei mise il broncio e colorò con esasperazione lo scarabocchio sul tavolo, consumando la mina della matita fino al legno.
Il profilo elegante e stilizzato di un fumetto giapponese. Amava moltissimo i manga.
Lucy aveva perso due anni di scuola. Uno l'estate precedente, quando aveva deciso che il gioco non valeva la candela, mettendo sul piano della bilancia la vita notturna e le versioni di greco con cui esercitarsi quotidianamente. L'altro un paio di inverni prima, quando la famiglia Ferguson al completo si era trasferita da Carlisle, in Inghilterra, fino a Venezia. Motivi di lavoro del padre. Il signor Ferguson era un mago, quando si trattava di industrie e capitali e nel dicembre del 2005 aveva trovato di che impastarsi le mani a Porto Marghera e nella costruzione dei quartieri residenziali alla Giudecca.
Come regalo di Natale alla figlia aveva pensato bene di farle trovare la valigia pronta e un biglietto d'aereo, trascinandola con sè. Così Lucy Ferguson - fisico da fotomodella e assoluta incapacità di parlare italiano - insieme al padre e alla nonna Helen, era stata catapultata al mio fianco come compagna di classe dopo i due anni di studio che aveva perso. Era bastato incrociare appena lo sguardo, perché ci riconoscessimo entrambe.
Mi ripeto che dev'essere stata in qualche modo la mia volontà a intessere gli avvenimenti del fato in questo senso, anche se non ho memoria effettiva di una simile decisione cosciente. Probabilmente è stato fatto per necessità di tenere sotto controllo le cose. Riconosco di avere agito con molta saggezza, adesso che la conosco e riconosco nuovamente.
Ora, per esempio, aveva deciso di provocarmi, per farmi sbottare in classe e farmi fare una figura di merda davanti a tutti: sbatteva le palpebre sugli occhi azzurri e si leccava impercettibilmente le labbra, fissandomi con insistenza. Ero sicura che aveva accavallato sensualmente le gambe, sotto il banco, sollevando la gonna: lo si poteva intuire facilmente dai risolini che si alzavano dai banchi dietro, dalle occhiate rapaci che riceveva intorno. Dopo due anni di stravaganze e audacie, era bella di fama e di sventura, Lucy Ferguson. Si sporse fintamente lasciva verso di me. Che idiota patentata.
Bisognava avere polso e trattarla dolcemente, ma anche con fermezza, senza farsi intimidire.
"Dacci un taglio, Lucy.Fer".
Non ce n'era ragione. Del resto, era solo il diavolo.
Alla fine ho avuto le scarpe. Scarpe carine: nere, di vernice.
Mia madre mi ha riempito di raccomandazioni.
"Stai attenta a dove metti i piedi, Diana. La vernice è bella ma ha la pessima abitudine di venire via se non ti comporti come Barbie Sfigata al Circolo". Ha detto. Mia madre ha l'abitudine di usare queste frasi colorite. "Quindi fammi il favore di comportartici". Così anche voi apparite giusti all'esterno davanti agli uomini, ma dentro siete pieni d'ipocrisia e d'iniquità.
Tornavo a casa, di sera, e guardavo le luci riflettersi sull'acqua in quel modo bellissimo e inquietante. Senza riflettere le linee, ma solo contorni sbavati. Un'apparenza e non il vero essere.
Mentre camminavo sul Rialto ho ripensato alla vernice. Allora mi sono avvicinata alla ringhiera e ho sfregato il lato della scarpa sul marmo.
La vernice nera, lucida, è venuta via al primo tocco leggero. Mi sono chinata a guardare e per lunghi minuti non ho potuto staccare lo sguardo dallo sfregio grigio, che spiccava nel nero delicato come una ferita.
Ho osservato la scarpetta, dalla linea elegante, dalle rifiniture dolci, da bambola.
E, appena sotto la superficie, quella ferita grigia.
La scarpetta e quella ferita grigia. Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che rassomigliate a sepolcri imbiancati: essi all'esterno son belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume. Così anche voi apparite giusti all'esterno davanti agli uomini, ma dentro siete pieni d'ipocrisia e d'iniquità.
C’è un momento in cui si prende coscienza di sé, piano. Non che prima non si fosse. Si era. Ma si sapeva come si sanno le cose gradi quando si è bambini: che le stelle non sono a cinque punte, quelle vere là nel cielo; che la Tour Eiffel è in Francia e non altrove; che i leoni esistono da qualche parte. Si sa così, superficialmente, come una ninnananna nella sera.
Ma c’è un momento in cui si prende coscienza.
Di come stanno le cose. Che molte sono da cambiare.
E, per cambiare, necessitano del sangue.
Tutto ha bisogno di sangue. Il bambino per nascere dal ventre materno, sparge sangue. Il ventre femminile, quando è pronto per il sacrificio della nascita, sparge sangue. La ferita che brucia e che testimonia che nonostante il dolore siamo vivi, sparge sangue.
Al sangue, al rosso, seguono la morte e la nascita, sempre.
Al sacrificio segue l’oblio nel nero della terra. O il bianco della nascita e della rinascita.
Ancora una volta, sempre. Ciclicamente. Da quando questo mondo è nato, la Vita funziona così.
Nelle terre in cui nacqui duemila annifa, le genti chiamavano alchimia questa strada di fasi e di cicli, di uno che diventa due, di due che diventa tre e di tre che diventa tutto, perché al tre c’è il cambiamento.
La chiamano così ancora oggi.
Io iniziai un’alchimia già nota quando nacqui. Le tribu di tutti i popoli di tutto il mondo già parlavano del dio del grano e delle messi che scendeva sulla terra e le rendeva alte e dorate. Che moriva nel sangue ad agosto, quando il frumento veniva tagliato, e trovava rifugio nel ventre femminile per rinascere in inverno, bambino.
Nacqui e volli incarnare quelle leggende, perché mi si riconoscesse e mi si capisse. Perché nel bambino di Nazareth nato nel sangue dei bambini uccisi da un re, vedessero il dio delle messi che si sarebbe immolato per loro, chiudendo il cerchio di Vita, di Morte e di Vita.
Ho sempre richiesto un prezzo alto a me prima ancora che ad altri.
E quando vi ho guardati tutti, fragili e luminosi nei vostri corpi di carne, sotto la mia croce, ho pensato che morire per voi valeva la pena. Che se tutto ha bisogno di sangue, per andare avanti, per guarire questo mondo che io stesso avevo fecondato, avrei preteso non il vostro, ma il mio.
E se sofferenza chiedevo a voi, l’avrei prima chiesta a me.
Ci sono notti in cui ho ancora paura. Mattini insonni d'angoscia in cui il ricordo si fa più nitido e l'aspettativa maggiore. Con il cuscino bagnato e gli occhi rossi. Non dovrei avere paura, adesso.
Invece nel sonno ancora sento le loro voci sinistre. Ecce Homo. Ecce Homo.
Dopo duemila anni ancora le sento sulla carne, le spine e le favole corrotte.
Mio padre è un medico.
Un giorno è andato in Africa e non è più tornato. Si fa sentire spesso e manda da questo o quello stato cartoline postali gialle, leggermente rovinate ai bordi per via del viaggio lungo, con parole gentili e regali strani, così africani che ormai il nostro soggiorno si è trasformato in una succursale del Kenya. Chiama a casa una volta ogni due giorni, più o meno, quando dai villaggi riesce a spostarsi in una cittadina collegata ai cavi telefonici: è molto premuroso mio padre. Però non riesce a tornare a casa nemmeno un Natale, da anni. E beccherebbe ben due ricorrenze, tornando a Natale, mica robe da poco. C'entra sicuramente con il fatto che io sia Dio. Tende a strapazzare l'autostima di un padre, credo.
Qualcuno potrebbe affermare che un medico è ben altra cosa da un falegname, che questa volta io abbia deciso di trattarmi meglio. E anche se fosse?
Comunque no. Tutti i suoi soldi vanno a finire nei viaggi che si fa da un capo all'altro del continente nero, nelle medicine e nei generi di conforto. E' molto caritatevole, mio padre.
Quindi, senza rancore, l'equilibrio cosmico è rispettato. Ho giusto da parte qualcosa per l'università, a sentire mia madre.
"Beppe," gli ha detto l'altra sera "Perchè non ti ci siedi sopra a questa merda di cocomero secco che mi hai mandato a casa e non invii un assegno per tua figlia? Giusto per le scarpe, sai."
"Non è una merda di cocomero secco." la voce dall'altra parte della cornetta sembrava concitata. Aveva fretta, erano arrivati i vaccini. "E' uno shekere. Uno strumento artigianale nigeriano. Un regalo per Diana".
"Ah, beh. Se ne mandavi due poteva infilarseli nei piedi".
"Tu non puoi comprarle un paio di scarpe? Sei finita a spasso?"
"Hai idea di quanto guadagno e di quanto costa l'affitto qui? Non abitiamo in Ghana, noi".
"Non fare la melodrammatica".
"Vaffanculo, Beppe".
Mia madre è un'insegnante di italiano di una scuola media di Mestre. Se riesce a tenere testa a dei tredicenni, può tenere testa anche a Beppe. Gli sbatte giù il telefono e torna a correggere i compiti dei suoi allievi. Si chiude in camera e uscirà solo poco prima di cena.
Non ho idea di come io sia finita in questa famiglia. Sicuramente ho scelto, ma non ricordo. Non posso ricordare tutto. La mente finita di un mortale non può comprendere l'infinito.
Credo, forse, sia stata una scelta pratica. Con mio padre al di sotto dell'equatore e mia madre nel suo studio, ho un sacco di tempo libero.
In principio Dio creò i cieli e la terra.
Poi si fece uomo e morì su una croce. Per la fine, mise insieme programmi diversi.
Mi chiamo Diana Orefici e ho diciassette anni. Il mio nome, per gli amici, si abbrevia in Di.o. Sono nata a Venezia il 25 dicembre del 1990, sullo scoccare della mezzanotte del giorno prima. La laguna quella notte era così calma da sembrare un luogo di fate, dice mia madre, ma lei aveva le doglie tanto forti che già da un'ora tirava giù tutti i santi del calendario in ordine alfabetico, per essere sicura di non dimenticarne nessuno. Sono Capricorno ascendente Bilancia. Sono piccola per la mia età, lo ammetto, ma l'altezza non è tutto. Ho dovuto tagliare i capelli corti, quest'estate e adesso sono ingestibili.
Talvolta parolo a sproposito. Sono carina. Sono permalosa.
E sono Dio.
Disclaimer: Non è un blog satanista, tantomeno un blog d'assolutismo religioso. Quindi rilassatevi. Anche se, probabilmente, finirò scomunicata e fulminata a breve.
Ma è un problema che affronteremo in seguito.
E' solo un esperimento letterario. Una storia che voglio raccontarvi.
Seguitemi.
Chiacchiere in libertà: qui. <3
+ Di.O +
Diana Orefici.
Si abbrevia in Di.O.
E non è un caso. E' Dio, infatti. Il Signore del Cielo e della Terra, per intenderci. Aspettando l'Apocalisse si incarna di nuovo come scritto nella Bibbia ad osservare il proprio creato. Duemila anni fa ha scelto di diventare un falegname a Nazareth. Oggi è una ragazzina di diciassette anni. Ma dice sempre di averne venti, quando esce la sera.
+ ALTRI +
Lucy Ferguson.
Ovvero Lucy.Fer . E' il diavolo davvero, soprannome a parte.
Una volta - molto tempo prima - era un bambino bellissimo. Adesso è una ragazza da infarto.
Di origini inglesi - viene da Carlisle, nel Lake District - si trasferisce a Venezia seguendo il padre in viaggio di lavoro. Costruisce con Di.O un rapporto strettissimo, da subito. Non poteva essere altrimenti.
Anno Domini: 2008 Luogo: Venezia, Italia. Se si deve aspettare l'Apocalisse lo si fa in un posto decadente. Possibilmente bello, anche se sull'orlo del baratro.
E Dio li guarda i telegiornali italiani.